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Il vento dell’Est

Nel linguaggio tecnico per delocalizzazione si intende il trasferimento della produzione di beni e servizi in altri paesi, in genere in via di sviluppo. Nel linguaggio comune: fare armi e bagagli e andarsene.

L’ultima, in ordine di tempo a chiudere baracca e burattini è stata la regina della moka, l’azienda Bialetti che chiuderà la sua sede storica di Crusinallo per spostarsi verso l’Est europeo.

Colpa della crisi? Facciamo qualche considerazione elementare. In Italia un operaio medio guadagna intorno ai 1.000 euro al mese. In Cina gli operai delle fabbriche tessili di Shenzhen lavorano dalle 80 alle 90 ore alla settimana, per un salario di 115 euro al mese. Le ore straordinarie sono obbligatorie e non pagate.
Ma non c’è bisogno di andare troppo oltre. Nell’ Europa dell’Est (Ucraina, Romania, Bulgaria, Ungheria, Albania Repubblica Ceca, Polonia) la media degli stipendi si aggira intorno ai 500 euro. La metà rispetto all’Italia.

Diverse sono le motivazioni e i vantaggi che si hanno nell’avviare un progetto di delocalizzazione, ma guardando i numeri, a vincere la classifica sono la riduzione dei costi di produzione e la disponibilità di manodopera specializzata a basso costo e di materie prime in loco. Da un punto di vista geografico l’interesse delle imprese europee si è indirizzato prevalentemente verso tre grandi aree: Unione Europea, Europa Centro Orientale e America Latina.

Il fenomeno non è una conseguenza diretta della crisi.
I primi processi di delocalizzazione produttiva risalgono alla seconda metà degli anni settanta, quando forti conflittualità sociali e la crisi petrolifera resero necessario il trasferimento di molte produzioni all’estero, soprattutto nei settori ad alto contenuto di lavoro. Negli anni successivi il continuo incalzare della soglia di competitività, a seguito dell’incessante innovazione tecnologica e della globalizzazione dei mercati, ha comportato una crescente mobilità dei fattori produttivi.
Il problema della delocalizzazione non riguarda solo la diminuzione dei posti di lavoro. In Italia le imprese che beneficiano di contributi pubblici oggi non hanno alcun tipo di vincolo. Una volta acquisiti questi benefici delocalizzano l’attività nei paesi in via di sviluppo. Risultato: impoverimento del territorio a spese statali.
Spostare la produzione in un paese estero significa incidere profondamente nell’economia e nella società di quest’ultimo ma soprattutto del paese di origine.

Necessarie quindi regole certe che disciplinino le ipotesi di delocalizzazione, identificandone i presupposti, dettandone i tempi e prescrivendo gli adempimenti necessari. Perché l’erba del vicino non è sempre più verde.


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