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Dràquila

Giusto per dover di cronaca il titolo del film è Draquila, con l’accento sulla a. Non Draquìla, non Drailaquia, non Drailaqualcosa, non Draiatrippa. È diretto da Sabina Guzzanti, una “fanciulla” attrice e autrice di satira teatrale e televisiva e regista di lungometraggi.
Anche il motore di ricerca Google sembra avere qualche problema visto che il titolo del film non appare tra i suggerimenti.

Eppure sono stati tre i minuti presi dal lungometraggio della Guzzanti presentato fuori concorso al festival del cinema di Cannes. Il documentario affronta la tragedia del terremoto dell’Aquila e soprattutto si concentra sulle vicende del dopo-terremoto: la ricostruzione della città.

Per fortuna siamo ancora in un paese libero, dove qualsiasi opinione è sacra indi per qui va protetta. Sacrosante quindi le opinioni di Fede, come del resto quelle di Paragone o di Santoro. Queste opinioni però dovrebbero (condizionale) suscitare perplessità quando sono trasmesse da un telegiornale che dovrebbe (condizionale) essere prima di tutto imparziale. Un Tg che dovrebbe (condizionale) fare informazione, non propaganda. Ma andiamo oltre.

Il film che non fa ridere nonostante il titolo apparentemente ironico, e che non fa piangere nonostante il tema e il sottotitolo “L’Italia che trema” verrà trasmesso in Italia in 102 sale italiane divise per 81 città. (Per Alice in Wonderland e Avatar sono state previste 720 sale. Ma andiamo oltre.)

Così una provocatoria Sabina Guzzanti veste letteralmente i panni di Silvio Berlusconi e parte alla volta dell’Aquila allo scopo di verificare cosa davvero sia successo alla città e cosa è stato taciuto dal Governo.
Draquila si apre con i lapsus di Marcello dell’Utri che in una intervista si fece sfuggire “sono mafioso” e di Berlusconi che afferma come abbia speso “200 milioni di euro per giudici e avvocati”.

La tesi di Draquila è semplice: la protezione civile condotta da Guido Bertolaso è stata una sorta di “braccio armato del governo” in grado di ottenere, grazie a normative speciali, commesse e denaro praticamente sempre e ovunque.
Sia il Governo che l’opposizione non fa bella figura e l’immagine eloquente di una tenda del partito, vuota, con al centro solo alcune sedie e un panino appena morso raccontano di un’Italia in cui pare impossibile costruire una vera opposizione.
È un film sul potere e non sul dolore. Proprio per questo motivo genera polemiche.

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