Archive for maggio, 2010

Comunicazione Istituzionale


Per cercare di capire meglio cosa si intenda per Comunicazione Istituzionale ho pensato di rivolgermi direttamente alle aziende. Chi meglio di loro possono spiegare cosa si intenda per questo tipo di comunicazione?

Ho contattato 3 aziende italiane: Barilla, Ferrero, Segafredo. Questa è stata la mia mail

sono Stefania De Cesare e sto svolgendo una ricerca di mercato per l’Università degli Studi di Parma. Volevo farvi solo alcune domande sul tema della comunicazione istituzionale per capire come l’azienda tratta questo tema:

1)Come definireste la comunicazione Istituzionale?

2)Come l’azienda gestisce e organizza questo tipo di comunicazione?

Vediamo le loro risposte:

Segrafredo: NESSUNA RISPOSTA

Barilla: Gentile De Cesare, mi spiace informarla che a causa di impegni pregressi mi è impossibile risponderle. Le domande che lei pone mal si prestano a risposte parziali e affrettate. Le chiedo di scusare questo diniego ma siamo realmente in sovraccarico e non riusciamo a dare risposte a tutti .
Cordiali saluti.

Lamberto Prati
Relazioni esterne

Ferrero: rispondiamo alla Sua e-mail del 30-05-2010 e La ringraziamo.

Siamo spiacenti di non poterLa aiutare nella redazione della Sua tesi; infatti non rientra nelle linee di comportamento della nostra società fornire informazioni senza conoscere il contesto all’interno del quale saranno inserite e utilizzate.
Desideriamo però informarLa che tutte le informazioni istituzionali sono contenute nel sito www.ferrero.it e nel sito www.ferrero.com

Dalle loro risposte possiamo capire l’importanza della comunicazione istituzionale, tanto da non lasciar trapelare nulla in merito a questo tema. Interessante (e direi anche unica) la risposta della Ferrero. Accetto il consiglio e vado a visitare il sito www.Ferrero.It

Prima di accedere alla pagina rivolta alla comunicazione istituzionale, ritornando sul tema della Accessibilità e Usabilità, noto subito la liquidità dei contenuti, ovvero variando la dimensione del browser, i contenuti si adattano a seconda della larghezza e delle caratteristiche del sistema che visualizza l’informazione.
Sempre restando nel tema, una pecca del sito riguarda il motore di ricerca: pur dando la possibilità di ricercare direttamente le informazioni, se inseriamo i primi caratteri del tema che stiamo cercando, esso non visualizza nessun menù a tendina con i risultati principali che sono stati individuati (tipico su questo tema l’esempio di Google).

Scelgo di vedere le informazioni riguardanti il gruppo:

Sempre per il discorso di Accessibilità e Usabilità, questa pagina necessita dell’ausilio della grafica, che se da un lato aumenta l’estetica del sito, dall’altra limita la navigazione perchè impedisce a chi utilizza browser vecchio stampo di accedere ai contenuti.
Questo limite però non è presente nelle pagine successive alla scelta, dove invece accanto a contenuti multimediali e grafici, troviamo contenuti di testo semplici, consultabili con ogni tipo di browser.

Tornando alla comunicazione istituzionale, il sito offre le seguenti informazioni.

Tutte rientrano nella Comunicazione Istituzionale.
Interessante dal mio punto di vista, la sessione MISSION:

Qualità elevatissima, cura artigianale, freschezza del prodotto, accurata selezione delle migliori materie prime, rispetto e considerazione del cliente: ecco le “parole chiave” e i valori Ferrero, che hanno reso note e apprezzate da milioni di consumatori le specialità dolciarie prodotte nel mondo. Prodotti frutto di idee innovative, quindi spesso inimitabili pur essendo di larghissima diffusione, entrati a far parte della storia del costume di molti paesi, dove sono a volte considerati autentiche icone.

Ferrero è anche attenzione alla sicurezza alimentare, all’ambiente, al sociale, alle comunità locali in cui opera, alle proprie risorse umane.

Oggi molti dei prodotti Ferrero sono “globali”, venduti dovunque. Ferrero è divenuto il quarto gruppo dolciario più importante del mondo.

Ma la sua particolarità è il suo essere “glocal” (pensare globale, agire locale), cioè una azienda insieme globale e locale, attenta allo sviluppo internazionale, ma anche al suo rapporto con il territorio.

Al centro dell’impegno quotidiano da sempre sta il consumatore. Un rapporto di fiducia fatto di conoscenza, esperienza, “feeling” e intuizione, un meccanismo di fedeltà reciproco e duraturo è ciò che lega Ferrero ai propri consumatori, indice dell’attenzione alle loro esigenze, elemento chiave del successo dell’azienda.

Arrivando ad una conclusione, possiamo dire che la Comunicazione Istituzionale:

E’ un tipo di comunicazione realizzata da un’istituzione o dai suoi rappresentanti, e diretta alle persone e ai gruppi dell’ambiente sociale in cui svolge la sua attività. Ha come obiettivo stabilire relazioni di qualità tra l’istituzione e il pubblico con cui si relaziona, acquisendo una notorietà sociale e un’immagine pubblica adeguata ai suoi fini e attività.

L’identità di un’istituzione viene trasmessa attraverso la comunicazione insieme ai valori e agli obiettivi, che però sono insiti nella comunicazione. In questo modo la logica comunicativa diventa fondamentale. Le istituzioni sono responsabili delle loro azioni davanti alla società e nella loro comunicazione deve avere molto presente questa responsabilità. Esistono tre possibili elementi – che non sempre coincidono nella comunicazione di un’istituzione:
-quello che l’istituzione è
-quello che dice di essere
-quello che gli altri percepiscono.
Una buona comunicazione istituzionale cerca l’armonia fra i tre elementi facendo in modo che si identifichino. Essa deve evitare che l’immagine che si comunica non corrisponda alla realtà o che l’istituzione sia percepita in modo equivoco o che la percezione non coincida con la realtà. La comunicazione istituzionale non si identifica solo con l’informazione offerta da coloro che coordinano le attività comunicative dell’impresa.
Esiste un tipo di comunicazione che è informale: quella che trasmettono coloro che, con il loro modo di agire e di procedere ,formano l’istituzione. Infatti, anche se non sono investiti di autorità sono percepiti come parte rappresentativa dell’organizzazione. Ogni atto realizzato da un’istituzione ha, pertanto, una ripercussione sociale che molte volte viene interpretata dalla società come comunicazione istituzionale. La comunicazione istituzionale tende a gestire tutti i contatti comunicativi dell’istituzione e dei suoi membri con i diversi tipi di pubblico, sia esterno che interno.

La comunicazione istituzionale si realizza attraverso un programma che normalmente
richiede quattro fasi:
1) ricerca: è lo studio in profondità dell’istituzione e del pubblico con
cui entra in contatto, per individuarne carenze, capacità competitive, sfide future e opportunità
possibili;
2) programmazione: creazione di una strategia comunicativa sviluppata per un
certo periodo, avendo come base l’informazione raccolta nella fase precedente;
3)realizzazione: è la messa in atto effettiva della strategia programmata, d’accordo con gli
obiettivi tracciati;
4) valutazione: è il valore attribuito ai risultati ottenuti, confrontandoli con
gli obiettivi inizialmente programmati, in funzione di criteri previamente stabiliti.
Esistono vari tipi di comunicazione istituzionale.
Negli ultimi tempi sono proliferati dipartimenti e uffici di comunicazione con una presenza all’interno dell’impresa che varia secondo i casi. In molti casi gestiscono le relazioni con i mezzi di
comunicazione; coordinano le attività di marketing, le relazioni pubbliche e la pubblicità; gestiscono la comunicazione all’interno dell’istituzione e si occupano dei contatti con i clienti attuali e potenziali.
La comunicazione istituzionale si è applicata con pari efficacia ad altre aree della vita sociale, rispondendo all’identità propria di ogni istituzione, un’identità che determina il tipo di messaggio, le varie audience, i mezzi, i fini più appropriati. Per questo la comunicazione di un’istituzione commerciale si distingue da quella realizzata da un’istituzione religiosa, poiché le identità specifiche comportano modi propri di agire – dicomunicare – diversi tra loro. Anche un’istituzione pubblica possiede caratteristiche specifiche che la differenziano da istituzioni ricreative senza scopo di lucro, o da partiti politici. Tuttavia, tra i vari tipi di istituzioni esistenti , affiorano anche somiglianze comunicative.

[FONTE http://robssblog.blogspot.com/]

“Bello e inaccessibile”? No, grazie!

Un sito web è un po’ come una casa. Una casa deve essere sicura, confortevole e pratica in modo tale da rendere piacevole la permanenza di chi ci vive. La stessa logica va adottata quando ci approcciamo alla rete. Accessibilità e Usabilità sono i criteri usati per la costruzione di un sito web.
Essi non vanno confusi: hanno un obiettivo finale comune ovvero rendere i siti e i loro contenuti navigabili e fruibili per gli utenti. Questo però non rende i due termini sinonimi ma complementari. Le differenze tra accessibilità e usabilità risiedono nei seguenti aspetti:

[FONTE: http://www.sequency.it/differenze_accessibilita_usabilita/]

- LA METODICA

- IL TARGET FINALE

- LA NATURA DEL PROGETTO WEB

- I TEST

LA METODICA

Gli studi sull’accessibilità, forniscono indicazioni relative alla struttura grafica e alle funzionalità del sito affinché sia facilmente fruibile da parte del maggior numero possibile di utenti (ad esempio mettendo delle voci di menù nella parte bassa dello schermo).
Gli studi sull’usabilità si rivolgono invece ai progettisti per aiutarli a tener conto dei “comportamenti-tipo” durante l’utilizzo di internet da parte dell’utente appartenente al target del progetto.

IL TARGET FINALE

L’accessibilità comprende tutte le categorie d’individui: le persone senza deficit fisici o cognitivi, i disabili, i soggetti dotati di scarsi mezzi tecnologici, gli anziani, ecc. L’accessibilità deve fare in modo che il web possa essere fruibile ad un numero altissimo di utenti, tendendo a raggiungere la totalità.
L’usabilità pur avendo gli stessi obiettivi, può differenziarsi dall’accessibilità poiché può essere rivolta ad una specifica nicchia di mercato: il target del progetto.
 La soddisfazione degli utenti appartenenti al target potrebbe essere lo scopo finale che si pone l’usabilità e quindi un sito “usabile” potrebbe anche non essere perfettamente accessibile a tutti, focalizzando le energie verso una specifica fascia d’utenza, in una vera e propria azione di marketing.
L’usabilità tende quindi a rivolgersi ad uno specifico target di riferimento, mentre l’accessibilità tende a rivolgersi alla totalità degli utenti.

NATURA DEL PROGETTO

L’accessibilità tende ad essere applicata a quei siti che si rivolgono ad un’utenza molto vasta: ad esempio i siti governativi, quelli di enti pubblici, di enti privati d’importanza nazionale e mondiale, oppure i siti d’interesse comune (i siti inerenti alla salute, la medicina o la ricerca) o i siti d’informazione culturale e sociale (siti di partiti politici o dell’università).
I siti d’interesse pubblico, oltre ad essere accessibili, dovrebbero essere anche usabili: sarebbe infatti assurdo poter accedere ad essi ed ai loro contenuti senza saper poi come consultarli per problemi d’interfaccia o di navigazione. Quando si progettano siti aziendali invece, l’usabilità può essere curata solo in relazione agli utenti appartenenti al target a cui ci si rivolge.
Presto comunque anche in Europa (come sta accadendo negli USA), l’accessibilità e l’usabilità dovranno essere il più possibile applicate a norma di legge anche ai siti del settore privato-commerciale.

I TEST

Per verificare il livello di accessibilità, si utilizzano appositi programmi chiamati “validatori” automatici: quelli maggiormente usati sono Bobby e Lift.
Lift riporta i possibili errori inerenti all’accessibilità suddividendoli per gradi di importanza in:
- Errori catastrofici (disabilitano l’utente completamente all’uso del sistema)
- Errori maggiori (costringono l’utente a fronteggiare molti impedimenti)
- Errori minori (sono più che altro una seccatura per l’utente ma non sono gravi)
- Errori superficiali (di bassa importanza e non incidenti sulle operazioni dell’utente)
L’altro validatore, Bobby, si occupa soprattutto della compatibilità del codice HTML in relazione alle linee guida del WAI suddividendo gli errori in priorità:

- Errori di priorità 1 (sono quelli che penalizzano seriamente l’accessibilità)

- Errori di priorità 2 (riguardano anch’essi l’accesso al sito, ma hanno un’importanza secondaria)

- Errori di priorità 3 (errori superficiali che non incidono significativamente sulle operazioni dell’utente).

Per verificare invece il grado di usabilità di un sito web, sono fondamentali i test con gli utenti: si analizzerà quindi i loro comportamenti quando si trovano ad interagire con un determinato sito e con le sue funzionalità.
A grandi linee, si può quindi riassumere che l’accessibilità si occupa in modo “oggettivo” della fruibilità dei contenuti web (in relazione soprattutto alla compatibilità tecnica) e mirando ad un pubblico vastissimo; l’usabilità invece può essere studiata in relazione ad un pubblico specifico con un’ottica rivolta al marketing e alla vendita, curando in particolare la navigabilità e l’uso delle funzionalità del sito.
Non è detto che le due discipline debbano per forza coesistere: un sito può essere accessibile ma scarsamente usabile, mentre può essere usabile per un determinato target ma non accessibile a tutti.

Su questo tema esiste una vera e propria regolamentazione nota come Legge Stanca:

La legge n.4 del 9 gennaio 2004 definisce i soggetti che devono garantire l’accessibilità dei propri siti e sistemi informatici, per garantirne il completo accesso anche a tutti coloro che necessitano di tecnologie assistive. Successivamente il decreto ministeriale dell’8 luglio 2005 definisce i 22 requisiti che i siti devono rispettare per ritenersi accessibili.
Ad osservare la legge devono essere principalmente le pubbliche amministrazioni, gli enti pubblici economici, le aziende private concessionarie di servizi pubblici, gli enti di assistenza e di riabilitazione pubblici, le aziende di trasporto e di telecomunicazione a prevalente partecipazione di capitale pubblico, le aziende municipalizzate regionali e le aziende appaltatrici di servizi informatici.


LINK CONSIGLIATI:

guida-accessibilità
<a href="“>operadigitale
burioni.it
realizzazione sito usabilità

Condanna al silenzio

[ATTENZIONE: IL TESTO CHE SEGUE NON SEGUE IL CRITERIO DELL'OBIETTIVITA']

Fa parlare la legge bavaglio. Fa parlare tutti perché vuole zittire alcuni. Zittisce la magistratura a cui lega le mani. Zittisce i giornalisti a cui imbavaglia la bocca. E zittisce l’opinione pubblica: le orecchie non sentono, la bocca non parla, la mente non pensa.
Non ci saranno più inchieste, e di quelle poche che esisteranno non si potrà neppure fare la cronaca. Verba volant. Ma no verba vola ancora di più.
Cosa succederà se il ddl sulle intercettazioni verrà promosso (in meno tempo rispetto a Riccardo Bossi) a legge a tutti gli effetti?

I pubblici ministeri dovranno avere in mano “evidenti indizi di reato” per poter chiedere ai giudici di mettere un telefono sotto controllo. Non basteranno più indizi vaghi o semplici ipotesi investigative. Il magistrato dovrà essere effettivamente certo che la persona da ascoltare è in effetti colpevole. Per avere una prova bisognerà fornire delle prove: un paradosso illogico.

Per microfonare un luogo bisognerà avere “prima” la prova che lì, giusto in quel posto, si sta commettendo un reato.

E non basta. Vi dovrà essere il fondato motivo che il proprietario del luogo è a conoscenza di quanto avviene.
Quando poi un pm sarà comunque riuscito a superare gli ostacoli incrociati delle autorizzazioni ecco che il suo ascolto, dopo 30 giorni, dovrà essere di nuovo confermato. E lui dovrà dimostrare che quella proroga è proprio necessaria, che ha comunque già acquisito qualche novità in grado di comprovare che la registrazione stessa è necessaria. Potrà ottenere solo 45 giorni, e solo in casi eccezionali altri 15 giorni, ripetendo ogni volta la stessa procedura.

Il bavaglio vero e proprio riguarda il fatto che il pm non potrà più parlare delle sue inchieste. Pena abbandono del fascicolo. E se per caso uno dei suoi indagati, con il solo obiettivo di toglierselo di torno, dovesse denunciarlo e lui venisse iscritto nel registro degli indagati (remake dell’ostracismo Ateniese”), anche in quel caso diventerebbe non più idoneo.

E l’informazione? Pubblicazione degli atti delle indagini preliminari, ma solo per sintesi e a condizione che siano stati messi a disposizioni delle parti, e niente carcere per i giornalisti (il testo originale prevedeva carcere fino a due mesi).

I processi non potranno più essere ripresi né fotografati. Basterà che uno degli indagati si opponga, che rivendichi il suo diritto alla privacy, che videocamere e macchine fotografiche saranno sgomberate. Si tornerà ai disegnatori, come succede in Francia e negli Usa.
Nessuno poi potrà più registrare una conversazione se non avvisando prima l’interlocutore. Altrimenti in cella fino a quattro anni (D’Addario avvisata).

Queste sono solo alcune delle clausole previste dalla legge che colpisce gli onesti, “mentre sia debitori che delinquenti possono camminare liberamente senza essere vigilati” (John Milton insegna).

La legge sta mobilitando una parte dell’opinione pubblica (l’altra metà è intenta a festeggiare le vittorie dell’Inter).
Una valanga di mail inviate alla Presidenza della Repubblica per chiedere a Giorgio Napolitano di “non firmare il Ddl Alfano sulle intercettazioni”. A lanciare il mailbombing è il gruppo “Valigia Blu”: “Data la gravità della situazione riteniamo necessario non lasciare nulla di intentato”. E la mobilitazione continua. Più di 150mila cittadini hanno sottoscritto l’appello “Libertà è partecipazione informata”.

Forse non servirà a niente. Anzi sicuramente la legge verrà approvata. Perché alla fine i più furbi vincono sempre. Allora il problema non sarà tanto la legge in quanto tale, ma sarà il fatto che ci si adatterà a vivere nonostante tutto.
Bisogna continuare a parlare però. Perchè chi parla fa rumore. E chi fa rumore da fastidio.
E’ il silenzio degli innocenti che deve fare paura.

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Condanna al silenzio

LINK SUGGERITI:

SAVIANO E GOMORRA

Quel PLUS in più

Terra! Repubblica.it ha navigato più veloce di tutti. Il nuovo orizzonte IPad era già visibile da un po’ e nella corsa per accaparrarsi i nuovi tesori economici la Repubblica ha vinto sulla concorrenza. In vista dell’arrivo in Italia del nuovo giocattolo della Apple (venerdì 28 maggio) il Gruppo Editoriale L’Espresso ha lanciato sul mercato Repubblica+, l’applicazione per l’accesso al giornale su supporto digitale. La nuova applicazione, disponibile già per gli utenti che si trovano negli Stati Uniti, sarà in prova gratuita per i primi mesi e consentirà al lettore di sfogliare, allargare, ingrandire (e chi più ne ha più ne metta) la versione IPadiana del giornale che, come riporta il sito Repubblica.it “ è molto diversa da quella che si ha consultando l’edizione Internet del quotidiano. Da un lato è molto più simile al giornale di carta, perché ne rispecchia le scelte di impaginazione e le caratteristiche grafiche; dall’altro risulta più ricca e flessibile, e consentirà nelle prossime settimane di accedere anche a contenuti multimediali, tra cui video e foto gallerie”.

In america questa tendenza è stata già anticipata dai più famosi quotidiani, che non vedevano l’ora di abbandonare il mondo poco proficuo del web per lanciarsi nella nuova avventura virtuale, cercando magari di non commettere gli stessi errori del passato. Per il futuro del web versione Ipad, infatti, non c’è spazio per il gratuito. Almeno è quello che possiamo leggere dal presente: il New York Times offre per il momento soltanto gli articoli più importanti mentre il Wall Street Journal di Rupert Murdoch presenta un prodotto molto più completo a pagamento. Giusto per mettere le cose in chiaro. La strategia intrapresa per salvare l’informazione sul web (ma diciamo anche l’informazione in generale) sembra essere quella di mettere subito le cose in chiaro: le prestazioni devono essere pagate.

Le grandi case editrici sembrano vedere nel web alternativo una nuova frontiera di guadagno dopo il fallimento della rete tradizionale. Tutti ormai hanno capito: chi nasce quadrato, non muore tondo. Non c’è possibilità di guadagno per l’informazione del world wide web, nato non a scopo di lucro. E’ difficile, infatti, rieducare i bambini cresciuti della rete, abituati a ricevere e a non dare, mentre è molto più semplice educare dall’inizio i nuovi bimbi-adulti della generazione IPad.

Vedremo a breve i frutti di questo viaggio.

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Quel Plus in Più

I vestiti nuovi dell’imperatore

Questa volta non c’è stato bisogno degli occhi di un bambino. La nudità era così palese che lo stesso Re ha dovuto auto smascherarsi. Google, sovrano incontrastato del web ha fatto mea culpa confessando di aver intercettato “involontariamente” le attività on-line degli utenti di reti pubbliche Wi-Fi tramite le antenne delle Google-mobili, quelle che dal 2007 sono mandate in giro per le strade di tutto il mondo al fine di creare mappe fotografiche, a disposizione del web.

Google è tornata quindi sui suoi passi. Inizialmente aveva respinto l’accusa, lanciata dal garante per la privacy tedesco Peter Schaar, di registrare dati identificativi delle apparecchiature wi-fi e rilevando come “rilevazioni di quel tipo sono compiute da altre società e non hanno nulla di illegale, visto che l’indirizzo e il nome di una rete wireless sono dati pubblici individuabili da chiunque”.
Un’ammissione che alimenta nuove perplessità sulla salvaguardia della privacy in rete. Il cambio (o la perdita) d’immagine da parte di Google sembra ormai inevitabile.

IL PIU’ GRANDE MOTORE DI RICERCA (CHE POI MOTORE DI RICERCA NON E’)

Che Google sia un’azienda estremamente dinamica è sotto gli occhi di tutti. Il motore di ricerca, primo servizio fondamentale di Mountain View, rimane centrale, ma attorno ad esso si sono aggiunti sempre più servizi web-based, dalla mail ai documenti condivisi, dall’album fotografico alle mappe, fino al browser Chrome, e ai sistemi operativi, Chrome OS e Android. Ormai non una semplice azienda, ma una “azienda ovunque”.
Per Google l’advertising è tutto. Tutti i servizi, da Gmail ad Android, puntano a tenere la gente sul web per massimizzare i profitti. Questo modello di business ha permesso di proporre agli utenti servizi gratuiti. E contro ciò che è gratis competere non si può. Apple e Microsoft devono prenderne atto.
Nato come uno dei tanti, in pochissimo tempo Google si è imposto come protagonista assoluto del web, comprando la concorrenza in tempi strettissimi. Si perché nell’era del web non si mangia l’alfiere avversario, ma lo si fa giocare direttamente nella propria squadra. Il tutto per accrescere il proprio business. Solo quest’anno sono passati sotto la tutela Google ReMail, per la ricerca sulla mail mobile, e Picnik per il fotoritocco.
Oggi però Google deve difendere la propria immagine, non più immacolata. Troppe violazioni, troppi passi falsi. Il “Role Sole” che sembrava intoccabile, deve cambiare strategia se non vuole fare la fine di ogni sovrano.

Dràquila

Giusto per dover di cronaca il titolo del film è Draquila, con l’accento sulla a. Non Draquìla, non Drailaquia, non Drailaqualcosa, non Draiatrippa. È diretto da Sabina Guzzanti, una “fanciulla” attrice e autrice di satira teatrale e televisiva e regista di lungometraggi.
Anche il motore di ricerca Google sembra avere qualche problema visto che il titolo del film non appare tra i suggerimenti.

Eppure sono stati tre i minuti presi dal lungometraggio della Guzzanti presentato fuori concorso al festival del cinema di Cannes. Il documentario affronta la tragedia del terremoto dell’Aquila e soprattutto si concentra sulle vicende del dopo-terremoto: la ricostruzione della città.

Per fortuna siamo ancora in un paese libero, dove qualsiasi opinione è sacra indi per qui va protetta. Sacrosante quindi le opinioni di Fede, come del resto quelle di Paragone o di Santoro. Queste opinioni però dovrebbero (condizionale) suscitare perplessità quando sono trasmesse da un telegiornale che dovrebbe (condizionale) essere prima di tutto imparziale. Un Tg che dovrebbe (condizionale) fare informazione, non propaganda. Ma andiamo oltre.

Il film che non fa ridere nonostante il titolo apparentemente ironico, e che non fa piangere nonostante il tema e il sottotitolo “L’Italia che trema” verrà trasmesso in Italia in 102 sale italiane divise per 81 città. (Per Alice in Wonderland e Avatar sono state previste 720 sale. Ma andiamo oltre.)

Così una provocatoria Sabina Guzzanti veste letteralmente i panni di Silvio Berlusconi e parte alla volta dell’Aquila allo scopo di verificare cosa davvero sia successo alla città e cosa è stato taciuto dal Governo.
Draquila si apre con i lapsus di Marcello dell’Utri che in una intervista si fece sfuggire “sono mafioso” e di Berlusconi che afferma come abbia speso “200 milioni di euro per giudici e avvocati”.

La tesi di Draquila è semplice: la protezione civile condotta da Guido Bertolaso è stata una sorta di “braccio armato del governo” in grado di ottenere, grazie a normative speciali, commesse e denaro praticamente sempre e ovunque.
Sia il Governo che l’opposizione non fa bella figura e l’immagine eloquente di una tenda del partito, vuota, con al centro solo alcune sedie e un panino appena morso raccontano di un’Italia in cui pare impossibile costruire una vera opposizione.
È un film sul potere e non sul dolore. Proprio per questo motivo genera polemiche.

Dalla parte di Y

Un italiano medio “X” si tiene aggiornato attraverso la rete. Magari al mattino durante il caffè o in ufficio durante la pausa sigaretta; A pranzo, mentre si mangia un panino o in treno durante il rientro. E magari anche la sera prima di andare a dormire.
Un italiano medio “Y”, invece, al mattino si sveglia, compra il giornale, occhiata veloce ai titoli, e lettura saltuaria dei contenuti fino alla pausa pranzo. Poi il giornale si chiude. Le notizie sono già vecchie.
Le variabili X e Y non possono raccontare l’intera popolazione italiana. I fattori sono tanti e le equazioni infinite. In linea di massima però è questa la situazione che emerge dal confronto dei dati Audiweb e Audipress che rispettivamente raccolgono i dati delle visite on line dei quotidiani e della tiratura dei giornali cartacei. Nota di importanza anche per Ads (Accertamenti diffusione stampa) che rendere possibili le certificazioni dei dati di diffusione e di tiratura della stampa quotidiana e periodica di qualunque specie pubblicata in Italia.

Vediamo un po’ di dati: (aggiornati al 5 maggio 2010):


[CLICCA SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA]

Tra le dinamiche prese in considerazione abbiamo non solo il numero di visite totale, ma viene calcolato anche il tempo per pagina (in media un minuto) e la durata della visita (una media di sei minuti circa).

Repubblica.it e Corriere.it si contendono il primato. Non sembra esserci spazio per le piccole fazioni.

Tra i quotidiani cartacei la sorpresa è La Gazzetta dello Sport che supera e non di poco La Repubblica e Il Corriere della Sera:

Gazzetta dello Sport – 3.995.000 lettori
La Repubblica – 3.209.000 lettori
Corriere della Sera – 2.870.000 lettori
La Stampa – 1.693.000 lettori
Corriere dello Sport – 1.677,000 lettori

(dati relativi al periodo che va dall’11 gennaio al 28 marzo 2010).

Non stupisce il fatto che la rete vinca sul cartaceo. Anzi il confronto non dovrebbe avvenire a priori. Il web è pratico e veloce; È aggiornato costantemente e grazie alla caratteristiche ipertestuali insiste nella sua struttura, aumenta il livello di approfondimento in maniera esponenziale. In più permette un pluralismo gratuito, ovvero la possibilità di confrontare testate giornalistiche diverse. Tutto questo senza spendere un euro.
Come può competere il giornale cartaceo? In questo caso l’informazione non entra direttamente a casa ma c’è l’intenzione del lettore di andare a ricercare una determinata notizia in un determinato giornale. Una notizia vecchia già di un giorno.

Sembra che il giornale sia destinato a eclissarsi. E’ riuscito a superare guerre e crisi economiche ma non l’avvento di Internet contro cui pare non abbia speranze. Messi uno contro l’altro. Perché la rivalità e il conflitto devono esserci sempre.

Nessuno ha mai pensato che magari possa sopravvivere nonostante tutto. Nonostante la radio, nonostante la Tv, nonostante internet. Nessuno ha mai pensato che non necessariamente deve esserci un vinto e un vincitore. Che magari si possa convivere pacificamente senza che la presenza di uno elimini l’esistenza dell’altro. Se così non dovesse essere, allora l’italiano medio “Y” deve affrettarsi a cambiare maglia e passare nell’altra squadra.

Ovviamente esiste anche la variabile “Z” ovvero Italiani che non si informano. Ma questa è un’altra storia.

Italiani per esempio

Io sono nata in Italia, a Montecchio, però mia mamma e mio papà sono albanesi e anche io allora sono albanese. Io ho fatto l’asilo qui, la scuola qui. Io vorrei chiedere al maestro due cose. La prima cosa è questa: io sono italiana o albanese o tutti e due? La seconda: ma io sono immigrata o no?”
Vera, 11 anni, Albania

“Certe volte degli italiani, non dico tutti, sono un pochino arroganti. Cioè si sentono superiori, vogliono avere sempre ragione, si sentono i padroni del mondo solo perché i loro parenti sono italiani.”
Dinkar, 11 anni, Sri Lanka

“Gli italiani sono un po’ più scuri rispetto ai polacchi, agli svizzeri. Sono bassi, simpatici, allegri, sempre alla moda. Gli italiani assomigliano agli albanesi.”
Vera, 9 anni, Albania

“In Italia c’è libertà di religione ma quasi tutti vanno a pregare in chiesa.”
Samir, 11 anni, Marocco

Giuseppe Caliceti insegna nelle scuole elementari di Reggio Emilia. In “Italiani per esempio” ha raccolto le storie, le riflessioni, le confidenze di alunni non italiani incontrati negli ultimi vent’anni di scuola. Ne viene fuori un ritratto inedito dell’Italia di oggi e degli italiani.

“Ho iniziato a insegnare nel plesso di Reggio Emilia come maestro elementare di ruolo nel 1983. Per alcuni anni, fui distaccato dal normale insegnamento su classe per curare un progetto ministeriale per l’integrazione dei bambini stranieri all’interno delle elementari di Sant’Ilario d’Enza, un paese tra Parma e Reggio Emilia. Allora c’erano solo alcune decine di bambini di origine non italiana, ora diverse centinaia, ma quel progetto è soppresso da tempo. Sono tornato al mio normale lavoro di insegnante di classe: l’immigrazione cresceva e nelle scuole c’erano sempre più bambini di origine non italiana. [...]
Quanti alunni stranieri avrò conosciuto in questi venticinque anni di scuola? Duecento? Quattrocento? Di più? Non so, ma ho sempre cercato di accogliere tutti e di ascoltarli con attenzione, clandestini compresi. Ho cercato di rispettare i loro silenzi finché, in modo inaspettato, è scattata in loro la voglia di raccontarsi e rileggere, a volte anche in modo fantastico, la propria esperienza. Ho chiesto loro cosa ne pensassero dell’Italia e degli italiani. Ho raccolto i frammenti di tante storie, riflessioni, confidenze piene di speranza e di paura, di realtà e di fantasie, di tristezze e di allegrie, di ingenue osservazioni e di fantastici fraintendimenti”.

PER SAPERNE DI PIU’:

Il vento dell’Est

Nel linguaggio tecnico per delocalizzazione si intende il trasferimento della produzione di beni e servizi in altri paesi, in genere in via di sviluppo. Nel linguaggio comune: fare armi e bagagli e andarsene.

L’ultima, in ordine di tempo a chiudere baracca e burattini è stata la regina della moka, l’azienda Bialetti che chiuderà la sua sede storica di Crusinallo per spostarsi verso l’Est europeo.

Colpa della crisi? Facciamo qualche considerazione elementare. In Italia un operaio medio guadagna intorno ai 1.000 euro al mese. In Cina gli operai delle fabbriche tessili di Shenzhen lavorano dalle 80 alle 90 ore alla settimana, per un salario di 115 euro al mese. Le ore straordinarie sono obbligatorie e non pagate.
Ma non c’è bisogno di andare troppo oltre. Nell’ Europa dell’Est (Ucraina, Romania, Bulgaria, Ungheria, Albania Repubblica Ceca, Polonia) la media degli stipendi si aggira intorno ai 500 euro. La metà rispetto all’Italia.

Diverse sono le motivazioni e i vantaggi che si hanno nell’avviare un progetto di delocalizzazione, ma guardando i numeri, a vincere la classifica sono la riduzione dei costi di produzione e la disponibilità di manodopera specializzata a basso costo e di materie prime in loco. Da un punto di vista geografico l’interesse delle imprese europee si è indirizzato prevalentemente verso tre grandi aree: Unione Europea, Europa Centro Orientale e America Latina.

Il fenomeno non è una conseguenza diretta della crisi.
I primi processi di delocalizzazione produttiva risalgono alla seconda metà degli anni settanta, quando forti conflittualità sociali e la crisi petrolifera resero necessario il trasferimento di molte produzioni all’estero, soprattutto nei settori ad alto contenuto di lavoro. Negli anni successivi il continuo incalzare della soglia di competitività, a seguito dell’incessante innovazione tecnologica e della globalizzazione dei mercati, ha comportato una crescente mobilità dei fattori produttivi.
Il problema della delocalizzazione non riguarda solo la diminuzione dei posti di lavoro. In Italia le imprese che beneficiano di contributi pubblici oggi non hanno alcun tipo di vincolo. Una volta acquisiti questi benefici delocalizzano l’attività nei paesi in via di sviluppo. Risultato: impoverimento del territorio a spese statali.
Spostare la produzione in un paese estero significa incidere profondamente nell’economia e nella società di quest’ultimo ma soprattutto del paese di origine.

Necessarie quindi regole certe che disciplinino le ipotesi di delocalizzazione, identificandone i presupposti, dettandone i tempi e prescrivendo gli adempimenti necessari. Perché l’erba del vicino non è sempre più verde.


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